ASSOCIAZIONE NAZIONALE BERSAGLIERI - PORDENONE
Sezione “MM.OO. Fratelli De Carli”……dal 1907

             

LA STORIA DEI BERSAGLIERI

(La vera storia vissuta dai nostri Bersaglieri)

(1) Memorie di un Bersagliere (di Flavio Silvestrin)

(2) L'entrata dei Bersaglieri a Trieste, ottobre 1954 (del Gen. Gr. Uff. BIANCHI dottor Antonio)

(3) Figure da ricordare, già dell'8° rgt. bersaglieri (del Gen. Gr. Uff. BIANCHI dottor Antonio) 

 

 

(1) MEMORIE DI UN BERSAGLIERE A 50 ANNI DAL CONGEDO

                          (Bersagliere Serg. Flavio Silvestrin)

 

     

Prima di ricevere la fatidica “cartolina precetto” per il servizio militare, un amico che era già passato prima, mi consigliò, avendone i requisiti, di fare domanda per il Corso Sottufficiali di Complemento (A.S.C.), cosa che feci e che mi fu accettata.

Correva l’anno 1960 ed ebbi la fortuna, grazie al mio lavoro, di conoscere il Gen. Silvio Simeoni, uomo tutto d’un pezzo, Bersagliere nato e che portava le mostrine cremisi sotto il colletto della camicia.

Mi convocò al Distretto Militare di Treviso del quale era Comandante e mi consegnò una busta chiusa da consegnare al Col. Veronesi, Comandante del Distretto Militare di Verona, dove avrei dovuto effettuare i tre giorni di selezione per l’ammissione al corso successivo.

Quando detto Colonnello, chiamato il Subalterno con la mia cartolina personale, mi chiese come conoscevo il Generale Simeoni, il colloquio diventò disteso e sereno. Lo vidi con stupore cancellare dalla cartella la scritta ALPINI e con analogo timbro rosso scrivere BERSAGLIERI. “Ti chiedo un piccolo sacrificio” disse “un amico di Simeoni va accontentato, ti mando per sei mesi alla Scuola Truppe Corazzate di Caserta e poi, al termine del Corso, andrai all’8° Reggimento Bersaglieri di Pordenone”. Non potevo crederci, mi sembrava una favola, un sogno che stava per diventare realtà; aggiunse prima del commiato “comportati bene e la promessa sarà mantenuta”.

Giunsi a Caserta nel pomeriggio inoltrato dell’8 maggio 1960 alla Caserma “Amico” e fui assegnato alla 4^ Compagnia – II° plotone con l’incarico di Capo carro M24, il carro leggero del plotone esploratori, con 9 bersaglieri, 10 carristi, 8 lancieri ed altre specialità che non ricordo.

Fu subito un impatto “feroce”: ferrea disciplina con il Capitano Gambardella, Comandante di Compagnia che, a mio avviso, odiava i raccomandati.

Dopo la vestizione ufficiale, con il corredo consegnatomi dal Mar. Varsavia, una mattina dopo colazione, mi venne a cercare l’Ufficiale di Picchetto, Sten. Morini, dicendomi che il Comandante della Scuola mi voleva parlare; si trattava del gen. Andreani, che poi ho saputo essere un intimo amico del Gen. Simeoni.

Ho provato un’emozione unica: salendo le scale della palazzina Comando, posta sull’androne principale, mi tremavano le gambe e non solo.

Al cospetto di questo “grande” personaggio e sempre sull’attenti, risposi alle chiare domande con tranquillità e pacatezza. L’emozione ormai era sparita, mi sentivo sereno dopo l’ultima frase pronunciata dal Comandante: “Allievo, comportati bene e sarai del grande 8° di Pordenone”.

Ripresi con serenità la vita che tutti i giorni della caserma ti impone; affrontai il Corso (17° per inciso) convinto che quella promessa stava, giorno dopo giorno, per diventare realtà. Caserta-Persano-S.Eufemia Lamezia-Eboli-Battipaglia queste le tappe di quei lunghi sei mesi che non passavano mai; una unica licenza breve, dopo aver dipinto nelle ore di riposo tutti gli infissi della camerata con i materiali consegnatimi del Mar. Losito del Minuto Mantenimento.

La mente mirava sempre al traguardo finale: arrivare alla fine al grande 8°!

Il 30 ottobre 1960, schierati sul piazzale antistante la nostra Compagnia, la chiamata per l’assegnazione definitiva ai vari Reggimenti mentre nel frattempo ero diventato Caporal Maggiore.

Il Cap.Gambardella mi chiamò per ultimo - aveva voluto fino in fondo farmi soffrire -   

e con in mano ormai un unico foglio di via pronunciò queste precise parole: “C.M. Flavio Silvestrin 8° Bersaglieri Pordenone, raccomandato di ferro, figlio di ………..”

Per la cronaca ero risultato 4° del Corso composto da 1200 Allievi.

Per dignità personale ho trattenuto a stento le lacrime; mi sono in compenso sfogato non appena sono salito a bordo della “tradotta militare” che da Caserta avrebbe portato al Reggimento di Pordenone il sottoscritto e altri 21 Allievi di diverse Regioni, coronando il sogno.

L’impatto con la Caserma “F. Martelli” fu dei più felici, quasi me lo fossi aspettato e non sapevo il perché; trovai addirittura la branda pronta con accanto un simbolico “gavettone” che, però, non mi fu mai versato…..ero diventato Capo-camerata.

Fui assegnato alla compagnia Comando del Ten. Campetti, del 3°Battaglione. Anche in questo caso fui chiamato dal Comandante, il Col. Todaro per le solite raccomandazioni di rito.

Il 30 aprile del 1961, la consegna dei gradi di Sergente  con una mega festa al Circolo Sottufficiali dove pagammo l’ingresso con bicchierate di vario tipo agli “anziani”.

Dodici mesi all’8°….il mio sogno: a casa, vicino ai miei Cari, alla mia ragazza che non ho mai lasciato; dodici mesi vissuti comunque intensamente con tutto quello che ne concerneva: campi, manovre, la corsa reggimentale al sabato, Fanfara in centro diretta dall’indimenticato Mar. Luigi Imelio.

Casello di quota 64, Croce del Venchiaruzzo, Capo Teulada.

Dalla Cp. Cdo/3° dell’allora compianto Ten Franco Gozzoli, subentrato al Ten Campetti, fui trasferito alla Compagnia Comando Reggimentale di un altro fantastico personaggio: il Cap. Nazzareno Pancotti; chi lo ha conosciuto potrà capire a cosa mi riferisco.

Il 30 ottobre 1961 finalmente il “congedo”. Ho varcato per l’ultima volta il cancello della caserma “Martelli” in divisa, salutando l’Ufficiale di Picchetto ed il Sottufficiale d’Ispezione con una calorosa stretta di mano in un pomeriggio solare, caldo di emozioni vissute, ma conscio di aver fatto il mio dovere fino in fondo (mai un giorno di punizione, nonostante fossi “raccomandato di ferro”).

Cordiali saluti bersagliereschi

                                                                                      Bersagliere Flavio Silvestrin

 

 

(2) L'entrata dei Bersaglieri a Trieste, ottobre 1954 (del Gen. Gr. Uff. BIANCHI dr. Antonio)

  

  Sollecitato più volte da amici a farlo, mi accingo a raccontare brevemente, come siano state vissute all’8° Reggimento Bersaglieri le giornate che hanno preceduto l’ingresso del Quinto battaglione in Trieste il 26 Ottobre del 1954. Diciamo che la spinta a redigere questo modesto lavoro è dovuta anche al fatto che, per il 25 Maggio 2008, in occasione del 56° Raduno Nazionale Bersaglieri, con un lavoro di ricerca che ha richiesto diverso tempo, sono riuscito a “racimolare” solo una quindicina di superstiti all’evento storico in precedenza indicato. Confesso che sono rimasto alquanto scosso da questa ricerca a causa di non poche risposte ricevute da parte delle mogli di questi miei compagni, che per ragioni comprensibili, non mi hanno lasciato certo indifferente. Raccontare qualcosa, equivale per me a tornare e onorare con la memoria coloro che ci hanno lasciati. Non solo, ma anche per ricordare quei commilitoni non più in grado di partecipare alle manifestazioni per problemi fisici i quali, tuttavia, hanno conservato intatto lo spirito bersaglieresco che hanno coltivato da sempre con orgoglio e fierezza. Soggiungo molto sommessamente che i pochi partecipanti allo sfilamento i quali, non dimentichiamolo, rappresentavano l’intero V Battaglione, avrebbero potuto ottenere maggiore visibilità e attenzione pur in un contesto organizzativo molto impegnativo e condotto senza ombra di dubbio in modo superlativo. Dovrebbero essere tenuti in alta considerazione in ogni circostanza finchè ancora possibile. Il tempo trascorre inesorabilmente e questi protagonisti della nostra storia (come bene ha detto il Presidente Nazionale Gen.CA Benito Pochesci), per ragioni anagrafiche, diventeranno sempre meno.

“L’anno 1954 è stato notevole in quanto ad attività politica del nostro Paese in relazione alla delicata situazione di Trieste e delle adiacenti zone A e B.

Tale attività non poteva non destare notevole interesse in ambito militare e segnatamente, nelle caserme dislocate in prossimità della linea di demarcazione, interesse che poi era in funzione proprio di quanto trapelava dagli ambienti politici per cui, anche alla luce di eventi relativi all’anno precedente, le FF.AA. più di una volta sono state allarmate (anche in libera uscita si vestiva l’uniforme SAI2 con baionetta, pronti ove il caso l’avesse richiesto, all’immediato rientro). Tra l’altro, l’esigenza Trieste aveva comportato il richiamo in servizio di circa 300 ufficiali, 500 sottufficiali e 12.000 militari di truppa.

I fatti poi sono noti in quanto regolati dal famoso “Memorandum d’ Intesa”, che personalmente ho sempre ritenuto molto penalizzante per il nostro Paese.

Non credo che siano in molti a ricordare il bel fermo discorso fatto alla radio dall’allora Ministro della Difesa Pella il quale, da buon piemontese non ha usato termini “soft” nel rivolgersi alla Jugoslavia citandone accuratamente gli staterelli che la costituivano (forse è per questa ragione che in carica è durato poco).

In ogni caso, in previsione di possibile impiego in modo più o meno pacifico (si andava delineando tra Italia e Jugoslavia una soluzione ragionevole anche per la “copertura” americana), anche nella caserma “Martelli”, sede dell’8° Reggimento Bersaglieri, l’attività addestrativa e il completamento degli organici costituivano un impegno costante.

Non appena condiviso e sottoscritto il famoso Memorandum, l’ 8° Bersaglieri venne subito indicato come reparto destinato ad entrare in Trieste nella data concordata tra le forze alleate e il nostro Paese, fatto che avvenne il 26 Ottobre 1954 come tutti sanno, giorno singolare sotto vari profili: politico, meteorologico e, per i militari, altamente emozionante.

Passo, passo, eravamo giunti alla vigilia dell’entrata in Trieste, si erano completati gli organici in generale inglobando personale del 3° Reggimento Bersaglieri, rinforzando con attenzione anche la potenza di suono della Fanfara reggimentale proprio con elementi del predetto Reggimento

Il 25 ottobre si era preannunciato come giornata invernale piuttosto preoccupante. Pioggia e freddo avevano incominciato ad imperversare già dal primo pomeriggio durante le operazioni di caricamento del personale e dei mezzi logistici.

Il battaglione al completo trovava posto sugli autocarri del Reparto Trasporti “Ariete” con sede a Casarsa. Dopo la “campagnola” del Comandante del V C.A. Gen. D. De Renzi, seguiva il gruppo Bandiera, quindi su due lancia RO la fanfara e quindi il resto del battaglione. Le condizioni meteo peggioravano. Vento e pioggia hanno reso ben difficili tutte le operazioni, ma lo spirito che aleggiava in tutti, Quadri e bersaglieri, pareva non condizionare gran che tutto il lavoro in atto.

Al calare della sera, la colonna si è messa in movimento in direzione Trieste con prevista sosta notturna presso una caserma ubicata a Sagrado in provincia di Gorizia dove in realtà è arrivata a sera inoltrata con condizioni meteo impossibili. Pioggia battente, freddo e vento accompagneranno i Bersaglieri sino a Trieste eventi atmosferici che perderanno di intensità solo dopo le dodici del giorno 26 Ottobre.

 Il tempo per riposare un po’ e cercare di scrollarsi di dosso la pioggia che incessantemente cadeva anche a scrosci violenti resi micidiali dalla bora.

 

E’ mattino presto, forse poco dopo le quattro (ma i triestini sicuramente erano già tutti fuori di casa ad attendere i bersaglieri italiani in quanto il loro arrivo era preannunciato per l’albeggiare), quando le quattro autocolonne militari sono pronte a muovere verso Trieste dove, peraltro, arriveranno con grande ritardo perché, come noto, tanta era la gente ai lati del percorso che era impossibile rispettare la tabella di marcia. E’ risaputo che, quando il Gen. De Renzi con i Bersaglieri riescono finalmente a raggiungere Piazza Unità d’Italia, il Comandante inglese se n’era già andato con la scusa del tempo pessimo e dell’eccessivo ritardo degli italiani (praticamente fugge sottraendosi ai risentimenti dei triestini).

  

Il Comandante americano non perde l’occasione per ironizzare sugli inglesi affermando che “Gli americani non hanno paura della pioggia”. Salutano le Forze Armate italiane e festeggiano calorosamente la città.

Lasciata la caserma di Sagrado il serpentone di mezzi militari inizia la sua marcia, ma fin dai primi chilometri, ci si accorge che procedere secondo le consegne era impossibile.

Ai lati della strada, infatti, sin dalle prime ore del mattino, la folla incurante delle pessime condizioni meteo, si accalcava per salutare i militari italiani cercando di difendersi alla meno peggio dal freddo che era intenso, dalla bora e dalla pioggia che non cessava un attimo.

Ma erano tutti li, ai lati della strada, in delirio, e sin dall’inizio tutti cercavano il contatto fisico. Bastava toccarsi con la mano. Con la gente che si accalcava ai fianchi dei mezzi le soste erano inevitabili.

A mano a mano che si procedeva, ai lati della strada medesima, la gente era sempre più numerosa e festante e la strada pareva sempre più stretta.

Ad un certo punto, i più giovani hanno dato l’assalto ai mezzi tentando di salirvi sopra. Più ci si avvicinava a Trieste, più problematico era procedere anche se lentamente. La gente rimaneva attaccata a qualsiasi appiglio col rischio concreto di finire sotto le ruote.

 

I tetti delle cabine di guida poi, erano così pieni di giovani di ambedue i sessi che, seduti, con le gambe penzolanti davanti al cruscotto, impedivano la vista. Questa situazione rendeva difficile non solo il procedere ma anche la stessa guida in quanto, complice il buio appena forato dai fari dei mezzi, impediva la visibilità con il rischio di uscire di strada o di investire qualcuno.

La cosa raggiungeva il maggior grado di pericolosità lungo il tratto costiero dove lo spazio era ancora di meno, la gente di più e il manto stradale stretto e viscido. Non si vedevano che gambe a penzoloni e quelli che non potevano salire perché erano migliaia, cercavano in tutti i modi di poter almeno toccare i bersaglieri. Mandavano, baci e applaudivano.

E pioveva, pioveva a dirotto. Oltre alle gambe che impedivano al conduttore di vedere davanti a sè, bisognava tenere conto che i tergicristalli montati sugli automezzi militari erano poco funzionali per cui servivano pochissimo. Ogni tanto i capimacchina erano costretti a tirar fuori il capo dalla cabina per accertarsi che ci si trovasse ancora sulla carreggiata. E si prendevano un’ulteriore doccia fredda e una sventolata di bora.

La citazione potrebbe far sorridere, ma, bisogna tenere presente che, negli anni cinquanta, le uniformi in distribuzione erano due. Una cosiddetta da fatica che era la più consunta, e quella “buona” detta da libera uscita che era quella che s’indossava per la ricorrenza. Bagnata questa (il cappotto non era stato consentito, l’impermeabile non esisteva come non esistevano ripari per il cappello), una volta fradicia, l’uniforme si asciugava addosso.

 

Costantemente in mezzo a due ali di folla che s’ingrossava e si agitava sempre di più mano a mano che si accorciava la distanza per l’arrivo in città, i tentativi di aggrapparsi in qualsiasi modo agli automezzi si facevano più insistenti.

Alle porte di Trieste, erano spariti i teloni per cui tutti erano esposti alle intemperie. Gli occupanti dei cosiddetti cassoni erano raddoppiati: metà bersaglieri e metà triestini messi lì come mazzi di asparagi. Sempre procedendo molto lentamente e con soste frequenti, arrivati i mezzi a pochi metri da piazza Unità d’Italia, ulteriormente costretti alla sosta, si è verificato un vero e proprio arrembaggio.

Le ragazze cercavano in tutti i modi di sorpassare i mezzi per dare un fiore ai soldati italiani, saltavano sui camion dei militari già stracolmi, aggrappandosi a quelli che c’erano sopra, col rischio di tirarli giù, si aggrappavano ai cofani, ai parafanghi a qualunque appiglio, anche se precario, abbracciavano i bersaglieri, li baciavano e li accarezzavano, passavano dal riso al pianto coinvolgendo i militari che presi da questo tripudio di italianità condividevano la gioia dei triestini.

Qualcuno, in piedi sul cassone, si è messo a suonare “Le campane di San Giusto” sino al momento in cui la punta della colonna non si è definitamene fermata in piazza Unità d’ Italia per far fronte al programma prestabilito.

Tale programma prevedeva più di una cerimonia militare e civile, per poi rientrare nei ranghi come gli ordini richiedevano.

Tutti gridavano: “I Bersaglieri, i Bersaglieri, sono arrivati i Bersaglieri” e non c’era verso di poterli fermare, l’entusiasmo era alle stelle. E’ stato già tanto che nessun Bersagliere sia morto soffocato dal poderoso abbraccio di un intero popolo delirante.

Continuava a piovere anche se in modo meno violento. La bora andava finalmente diminuendo di intensità. I bersaglieri erano inzuppati, ma il cerimoniale aveva le sue esigenze per cui prima di raggiungere la caserma di Banne dove il V btg. bersaglieri doveva accantonarsi, i reparti rimasero in piazza per le operazioni di rito ed anche ad ascoltare il sindaco Bartoli che impazzito di gioia continuava a gridare a squarciagola che l’Italia era tornata, la Patria era tornata…Io credo che le uniformi si siano asciugate quasi del tutto a causa del calore umano che scaturiva dalle migliaia e migliaia di triestini che gremivano la piazza e le altre vie del centro dove non c‘era un centimetro di terra libero. Uomini, donne, vecchi e bambini: erano tutti lì e tutti con qualcosa di tricolore addosso e/o da sventolare. Un grande festa collettiva.

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(3) FIGURE DA RICORDARE, già dell'8° rgt. Bersaglieri (del Gen. Gr. Uff. BIANCHI dr. Antonio)

                                                                           FIGURE DA RICORDARE

                                                   GIA’ DELL’8° REGGIMENTO BERSAGLIERI

 

                                             

                                                                (nella foto, com’era l’ingresso).

  

Tempo addietro, nella rivista “I Bersaglieri”, ho avuto la gradita sorpresa di vedere la foto del Col. Catello Arivella accompagnata da un commento di un inserzionista “anonimo”. Devo dire che la descrizione che se ne fa è quanto mai precisa. Su di lui, se mi è consentito, vorrei solo aggiungere due cose. Destinato al Deposito Ariete in Sacile, si era candidato alle politiche ma, non è stato molto fortunato. Ricordo di questo collega una cosa simpatica. Negli anni ’50 era vietato sostituirsi ai conduttori degli automezzi, ma lui non ne voleva sapere. Sistematicamente, estrometteva l’autista assegnatogli e altrettanto sistematicamente, partiva con la “Campagnola”, ingranando la terza. Come ci riuscisse, rimane un rebus.

Il mio intervento però, oltre che per complimentarmi per colui che ha scritto sul Col. Catella, il cui contenuto mi ha riportato indietro nel tempo, vale a dire agli anni della gioventù, vorrebbe mettere in evidenza come negli anni cinquanta, al comando del V/8° rgt.b., alternandosi tra di loro, ci fossero altri Ufficiali dotati di notevole calore umano. Sapevano gestire l’azione di comando con grande capacità, nonostante che le norme in vigore fossero decisamente drastiche, piuttosto dure da applicare e da subire, norme che non ammettevano deroghe. Basterebbe ricordare quelle contenute nel “Regolamento di disciplina militare” in vigore all’epoca.

Poiché ritengo che ricordare Bersaglieri con caratteristiche particolari non solo sia giusto, ma può servire come esempio per le generazioni meno anziane oltre che destare interesse storico per le piccole grandi cose che contribuiscono a delineare le caratteristiche dell’ 8°, vorrei  ricordare qualche altro Bersagliere di cui mantenere vivo il ricordo.

Prima di Arivella, il battaglione era comandato dall’allora Maggiore Ivo De Lorenzis, anche lui transitato al Deposito Ariete prima del collocamento in ausiliaria e anche lui dotato di profonda umanità. Le foto, lo ritraggono in uniforme  inserito nella sz ANB di  Trieste, nella quale si nota anche  mio padre Cav. Valentino Bianchi, , allora Presidente provinciale ANB di Udine (primo  da dx, con cappotto scuro) .

 

    

 

 Altro personaggio molto umano, sempre sereno e gioviale, era il Ten.Col. Danilo LORUSSO, venuto all’8° proveniente da Treviso, città dove poi è ritornato dopo aver soddisfatto al periodo di comando. Purtroppo non sono più tra noi ormai da tanti anni. Sono convinto tuttavia,  che dai “vecchi Bersaglieri dell’8°”, non siano stati affatto dimenticati.

C’è poi un altro comandante di battaglione su cui desidero dire qualcosa, il quale nonostante sia ultranovantenne, è persona efficientissima e valida e con la quale, qualche tempo addietro, ho avuto il piacere di uno scambio epistolare alquanto gratificante. Intendo parlare dell’allora Magg. Matteo Marciano, persone seria, carismatica e profondamente umana nonostante un’ apparente severità nel porsi verso i diretti collaboratori. Mi piace evidenziare che il Gen.CA( to)  Matteo Marciano, combattente in Russia, a detta dei suoi compagni di prigionia, si comportò sempre valorosamente e senza cedimenti di sorta. Probabilmente per questo i Russi hanno ritardato il suo rientro in Patria alla fine delle ostilità (sempreché non abbiano tentato come anche per qualche altro ufficiale, di non farlo rientrare per niente).  Mi è stato riferito tra l’altro che, il Gen. Marciano, a Redipuglia, volle personalmente “montare la guardia”, vegliare cioè sui resti mortali del suo attendente che ritornava a casa dalla Russia, fino alla tumulazione dell’urna nel tempio di Cargnacco.

 Questi sono Bersaglieri da onorare e da non dimenticare così come sicuramente sono rimasti vivi nel ricordo alcuni Comandanti di Reggimento tra i quali  un vero signore quale era Giovanni Verando (anni 51/53). Quindi  il validissimo bersagliere pentatleta Umberto De Martino dal portamento alquanto elegante (nelle prime due foto,  passa in rassegna il Reggimento unitamente ad un Ammiraglio americano. Polcenigo, campo d’arma. Anno 1953; nella terza, il gruppo Bandiera con alfiere il Ten. Bertolazzi e l’A.M. in I^, Cap. Bona. In secondo piano, l’alto ufficiale americano), nella quarta, l’Ammiraglio americano, nel palco, unitamente ai generali italiani).

           

 

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Senza nulla togliere ad altri notevoli ufficiali dell’ 8*, credo però che un ricordo affettuoso lo meriti il Bersagliere per antonomasia  Silvio Simeoni. Dopo aver svolto all’8° l’incarico di Vice Comandante e di Relatore per anni, unico caso noto, non solo ne è divenuto il Comandante, ma al termine del periodo di comando del grande 8°, è stato destinato a comandare il  CARTC di Avellino dove lasciò un bellissimo ricordo.

Per quanto ha tratto con il Col. Simeoni, lasciatemi raccontare un paio di aneddoti. Negli anni cinquanta, tutto era incentrato al risparmio. Spegnere la luce quando non servisse, era  dovere di tutti. Quotidianamente  venivano effettuate le letture dei contatori e se sforavano, la colpa era dell’ufficiale di picchetto che subiva le relative conseguenze. Ma il freddo allora durante l’inverno era tanto e il riscaldamento nelle camerate e nelle stanzette destinate ai sottufficiali, inesistente. Saltavano fuori le stufette, severamente avversate e combattute da Silvio Simeoni in funzione di Relatore. Se già trovare una lampadina accesa di giorno costituiva un’imperdonabile violazione, figuriamoci l’uso di stufette elettriche. Un giorno ne scoprì una piazzata nella stanza dove alloggiavo assieme ad altri due colleghi. Cazziatone e punizione al proprietario (che non ero io). Forte del fatto che  eccezionalmente potevo accedere nel suo ufficio senza seguire la via gerarchica in quanto vicecapo della fanfara reggimentale (oltre capo squadra fucilieri nella 6^/V/8°),  mi sono recato da lui e  subito ricevuto.  In tale circostanza gli facevo notare  che secondo me, la punizione inflitta al mio collega non era  giusta perché, se era vero che egli era il proprietario dell’ elettrodomestico, io però ero il più anziano di grado e in tale veste, sarei stato tenuto ad impedirne l’utilizzo nella cameretta. Quindi, che  la punizione doveva essere inflitta a  me. Rimase un po’ a fissarmi visibilmente impressionato da quanto ebbi a dichiarare (e mi sembrava anche soddisfatto). Va bene, commentò, giusto, stai punito ed inoltre, ti addebito duemila lire per consumo non autorizzato di energia elettrica. Duemila lire, riferite ad uno stipendio mensile di diciottomila, proprio poche non erano.

L’Ufficio Amministrazione registrò l’addebito a mio carico. Quasi contemporaneamente però, dal  Col. Simeoni, venni proposto per un premio in denaro, dello stesso importo. La motivazione mi è ignota.

Quanto segue, secondo me è gustoso.

Un giorno mi trovavo all’ingresso della palazzina sede del XII btg., il Col. Simeoni attorniato da una schiera di ufficiali stava entrando e un bersagliere isolato s’incamminava salendo le scale.

Bersagliere !, tuona il Colonnello, fammi vedere come saluti . Il militare si ferma, scatta sugli attenti e saluta. “Bene, bravo, vai !”, dice Simeoni e fa per riprendere il cammino.

Il Bersagliere però, saliti alcuni gradini delle scale si rigira verso il Colonnello e gli dice: “ Signor Colonnello, mi fai vedere come saluti tu?”. Simeoni, senza fiatare, si sbatte sull’attenti e saluta. Il Bersagliere, probabilmente  meravigliato dall’energia notata nel suo colonnello non proprio giovanissimo, nell’assumere la posizione di saluto, esclama: “Ammazza signor colonnello, lo sai che ti facevo più imbranato !”,  Non vi dico le grasse, interminabili risate di Silvio Simeoni, che le concluse dicendo all’Aiutante Maggiore: “Fagli dare subito cinque giorni di licenza con viaggio pagato”. Ora, oggi queste cose fanno sorridere, appaiono alquanto patetiche, forse per taluni assurgono a mere sciocchezze. Allora non era così, ve l’assicuro: altri tempi.

Ci sarebbero tanti altri personaggi da indicare come Bersaglieri DOC, da ricordare, anche tra i Sottufficiali, ma ci sono dei limiti di spazio, dei quali è necessario tenere conto. Perciò, ne citerò ancora un solo, un  Comandante di Reggimento, l’ultimo cui sono stato alle dipendenze prima di venir trasferito alla D.cor.”Centauro” col grado di Sottotenente.

Ho conosciuto il Col. Diego Vicini nel 1951, era tenente e comandava se non erro la 1^ compagnia del III/8°. Un gentiluomo. L’ho visto per l’ultima volta nel mese di giugno del 1965, quando, Comandante di Reggimento, nella riunione di saluto perché venivo trasferito,  mi disse: “Mi sono battuto per tenerti al reggimento anche da ufficiale  ma non ci sono riuscito. Magari mi avessero lasciato il Tenente Bianchi”. Detto da lui, era come ricevere un encomio.

“Tot capita, tot sententiae”, per cui mi appello all’indulgenza del lettore per eventuali errori, omissioni, opinioni non condivise o condivise in parte eccetera.

 

Sacile    27 novembre 2009                              Gen.Gr.Uff. BIANCHI  dott. Antonio

                           

 

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